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Come distribuire la ceramica in un open space moderno? Le zone giuste evitano l’effetto sovraccarico

📅 18 Agosto 2026✍️ di Mario Scarpellini⏱️ 6 min di lettura

La prima volta che ho posato le maioliche della nonna di Chiara in un loft, la luce del mattino le ha fatte brillare come se stessero raccontando una storia nuova. Cresciuto tra le colline umbre, ho imparato presto che la ceramica non chiede di occupare tutto: pretende, piuttosto, un ritmo. In un ambiente ampio e continuo, è la pausa a dare valore alla parola, ed è lo spazio libero a valorizzare la materia. Da oltre vent’anni recupero piastrelle storiche e le accompagno in case contemporanee: ciò che ho imparato è che la ceramica trova il suo equilibrio quando disegna zone con precisione chirurgica, senza mai soffocare il respiro dell’insieme.

Capire il ritmo dello spazio

Prima di scegliere formati e colori, chiudo gli occhi e percorro mentalmente la casa. L’ampiezza, pur generosa, non è infinita, e le traiettorie contano quasi quanto la materia stessa. Un open space funziona quando le linee di movimento restano sciolte, quando le fughe non spezzano il passo ma lo accompagnano. Il mio punto di partenza è sempre l’ingresso: da lì leggo la direzione della luce, la posizione dei nodi funzionali e gli scorci che devono rimanere puliti. La ceramica può essere pavimento, rivestimento, citazione: in ogni caso, occorre rispettare l’Ergonomia degli spostamenti e prevedere una continuità visiva che non intralci ma inviti.

Immagino corridoi invisibili di almeno novanta centimetri che scivolano tra tavolo e divano, tra isola e parete. Qui la ceramica deve essere alleata, non protagonista a ogni costo. Preferisco concentrare la forza decorativa dove il gesto quotidiano la richiede, lasciando zone più neutre nei passaggi. Il risultato è un ritmo fatto di pieni e vuoti, di materia e respiro.

La cucina, cuore minerale della casa

In un ambiente unico, la cucina è la camera di combustione, il luogo dove vapori, calore e olio mettono alla prova la superficie. Qui la ceramica può distendersi con autorità: un pavimento tecnico in gres porcellanato a poro chiuso, opaco per evitare riflessi e scivolate, definisce un’area di lavoro chiara. Lo faccio sempre evitando contrasti brutali: se la zona giorno ha una finitura legnosa, la ceramica ne dialoga con una tonalità vicina ma non identica, magari con una venatura appena accennata per non simulare ciò che non è. Alzare lo sguardo significa pensare al paraschizzi: lastre grandi, fughe minime, finitura satinata che smorza le ombre e si pulisce con un gesto.

Capitolo isola. Rivestirla è un modo potente di creare una “boa” visiva senza alzare muri. Se scelgo di farlo, allineo le fughe con quelle del pavimento, così da evitare l’effetto patchwork. E per chi ama il carattere? La maiolica recuperata può diventare cintura sottile attorno al banco, una fascia alta cinque centimetri che cita il passato senza spingerlo al centro della scena. La regola è semplice: la cucina può tollerare densità materica, ma concentrata e funzionale.

Il soggiorno che respira

Il living vive di luce e conversazioni; qui la ceramica ha senso quando definisce, non quando ingabbia. Amo il cosiddetto “tappeto” di piastrelle: una geometria lieve sotto il tavolo, un rettangolo proporzionato alla stanza, con una cornice sottile in ottone o legno a filo. Così la materia racconta una storia senza invaderla. Le pareti? Non tutte chiedono un rivestimento. Spesso basta una sola quinta, per esempio dietro la stufa o la libreria, con una texture tridimensionale che beve la luce e la restituisce come un sussurro. Le lezioni del Bauhaus sono chiare: forma e funzione devono accordarsi, altrimenti la bellezza diventa rumore.

Una nota sull’acustica, che in ambienti continui è spesso trascurata. La ceramica è onesta, riflette, risuona. Perciò l’equilibrio nasce dall’accostamento con tessuti pieni, tende generose, un tappeto tessile ai piedi del divano. La materia dura così appare più nobile, perché circondata da superfici che la completano. Anche il riscaldamento a pavimento trova nella ceramica un alleato: la massa minerale distribuisce il calore con continuità, regalando comfort senza bisogno di coperture onnipresenti.

Ingresso e passaggi: le soglie invisibili

L’entrata è il prologo: qui un piccolo “runner” in piastrelle, profondo il giusto da accogliere i primi passi, delimita senza urlare. Penso sempre a una trama che accompagni lo sguardo verso il cuore della casa: un decoro discreto, magari ripreso più avanti in una fascia sottile che aggancia la cucina. Gli snodi tra zone chiedono delicatezza: profili a incastro tra materiali, fughe in tinta, bordi che non inciampano. È la differenza tra un gesto artigiano e una posa frettolosa.

Quando mi capitano cassette di cementine d’epoca, non le spalmo su tutta la stanza. Le concentro in punti strategici: l’angolo lettura, il vano finestra, il piede della scala. È una grammatica di segni che guida senza imporre. E per chi ama i formati piccoli, ricordo una regola che non mi ha mai tradito: più il disegno è minuto, più chiede pareti sobrie e volumi chiari, altrimenti il mosaico si trasforma in brusio.

Luce, colore, fughe: l’armonia dei dettagli

La luce radente del mattino non è quella della sera, e la ceramica lo sa. Prima di decidere un tono, guardo come il sole scivola sul pavimento nelle varie ore: le finiture lucide possono accendere punti di riflesso che in un open space diventano dominanti; le satinate ammorbidiscono, le opache abbracciano. Il colore non deve vincere, ma accompagnare. Due famiglie bastano: una base neutra, calda o fredda secondo l’arredo, e un accento meno saturo di quanto il campione faccia credere. Le fughe, poi, sono i silenzi della partitura: sottili, colorate con discrezione, allineate con gli elementi principali della casa, come il bordo del divano, l’asse della finestra, la lunghezza del tavolo.

Spesso propongo di posare le lastre seguendo l’asse lungo della luce: così le giunzioni si leggono meno, e l’ambiente guadagna in profondità. Dove serve continuità totale, le grandi lastre riducono al minimo le interruzioni, ma chiedo sempre di valutarne il bilanciamento con arredi e percorsi, per non trasformare la superficie in un fondale teatrale troppo teso.

Materiali e manutenzione: bellezza quotidiana

La scelta del materiale pesa sul risultato quanto la disposizione. Il gres porcellanato è il cavallo di battaglia: denso, impermeabile, disponibile in finiture innumerevoli. Ma non dimentico la ceramica smaltata tradizionale, preziosa quando voglio un tocco artigianale nelle aree più protette, come boiserie minerali a mezza altezza o nicchie luminose in bagno. Se recupero piastrelle storiche, le preparo con cura: pulitura, lieve stuccatura, un consolidante traspirante prima della posa. Poi le incastro nella composizione come gemme, mai a caso, perché ogni pezzo porta con sé una memoria che va rispettata.

La manutenzione segue la logica della sobrietà. Fughe compatte, superfici non troppo incise, detergenti neutri: così la materia resta franca e non faticosa. E quando ho dubbi sulla resistenza, li risolvo disegnando le zone: dove il calpestio è continuo metto il materiale più tecnico, dove il piede cerca ristoro lascio parlare i tessuti, dove la mano si appoggia innalzo la ceramica a parapetto di luce. È un mosaico di funzioni prima che di colori.

Il racconto che tiene insieme tutto

Ogni casa chiede una storia coerente. La ceramica, per come la vivo, è la punteggiatura: virgole attorno alla cucina, un punto fermo all’ingresso, un punto e virgola a fermare la conversazione del soggiorno. Quando Chiara è tornata nel suo loft, le maioliche della nonna non brillavano ovunque; illuminavano, invece, i luoghi giusti. Un tappeto minerale sotto il tavolo, una striscia sottile dietro il piano cottura, una soglia che accoglieva l’ospite con una memoria gentile. Il resto era ritmo, aria, luce. È così che la materia si fa moderna senza perdere radici: scegliendo le zone con coraggio, lasciando che il vuoto parli, e consentendo alla ceramica di dire la cosa giusta, nel posto giusto, al momento giusto.

Mario Scarpellini

Mario Scarpellini cresce tra le colline umbre circondato da antiche maioliche. Da oltre vent’anni si occupa di recupero di piastrelle storiche e collabora con architetti per inserirle in moderni progetti abitativi. Racconta storie di ceramica e stile italiano con passione e precisione.